Ora il tema della vita va affrontato a viso aperto

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È notizia di una settimana fa: nel Veneto, precisamente nell’ambito dell’Ulss 16, il Movimento per la Vita potrà finalmente entrare negli ospedali. La convenzione, della durata di cinque anni, permetterà ai volontari pro-life di svolgere attività di “accoglienza, ascolto, sostegno morale e psicologico a favore delle pazienti”, nonché “interventi a tutela di maternità e genitorialità e per la sensibilizzazione della comunità civile”. L’iniziativa partirà dal polo ospedaliero di Piove di Sacco, in provincia di Padova, e i volontari che opereranno nella struttura sanitaria saranno identificabili tramite apposito distintivo.

Come era prevedibile, il fatto ha suscitato numerosissime polemiche, talvolta molto aspre. Agli strali prettamente ideologici lanciati principalmente da esponenti della sinistra radicale hanno fatto da contraltare le dichiarazioni più pacate, ma non certo chiare e risolutive, dell’assessore veneto alla Sanità, Luca Coletto. Per Coletto – stando a quanto rilasciato al Corriere del Veneto lo scorso 24 agosto – la scelta di abortire “è frutto di valutazioni già fatte prima di approdare in reparto, perciò chi la vive non può subire pressioni o vessazioni. La presenza di volontari può essere positiva se è la paziente a cercarli, non viceversa. Vanno rispettati la libertà di scelta, tutelata dalle legge 194 ma riconosciuta anche dalla religione cattolica come libero arbitrio, e i diritti della donna. Il Movimento per la vita può stare dietro a uno sportello, accogliere e informare le donne che vi si rivolgano spontaneamente”.

Eppure, chi ha quotidianamente a che fare con la difesa della vita, sa bene che le parole di Coletto non trovano sempre riscontro nella realtà. Tantissime donne che decidono per l’aborto lo fanno perché spinte dal timore che l’arrivo di un figlio cambi drasticamente e in peggio le loro vite, dalle preoccupazioni di natura economica, dalla paura di dover affrontare eccessive responsabilità o dalla sensazione di essere impreparate ad affrontare l’evento, il tutto senza prendere qui in esame tante altre possibili cause.

Se molte donne non si rivolgono ai Centri di aiuto alla vita è perché molto spesso non ne conoscono nemmeno l’esistenza e così esse si trovano, il più delle volte, totalmente ignare della possibilità di ricevere un aiuto vero e concreto. Anche per questo motivo le parole di Coletto suonano un po’ pilatesche. Perché l’aborto non è mai una questione chiusa definitivamente, è piuttosto una realtà terribilmente complessa, che non può essere ridotta alla stessa stregua della scelta di un qualunque prodotto o servizio. È soltanto chi realmente opera attivamente per difendere la vita – e, ricordiamo, si tratta sia della vita della madre che del bambino – che ha ben chiaro in mente che ogni momento può essere buono per intervenire.

La scelta fatta in Veneto, tra i tanti meriti, ha certamente quello di mettere tutti di noi, senza filtri, di fronte ad un problema che oggi non è più eludibile: quello del valore da attribuire alla vita umana. Senza ricorrere ad inutili giri di parole, dobbiamo prendere atto che è venuto il momento di chiederci: “vogliamo o non vogliamo difendere la vita? Vogliamo davvero, arrivati a questo punto dopo 35 anni di legge 194, riconoscere alla vita il valore supremo che le spetta, lasciando definitivamente da parte valutazioni esclusivamente ideologiche?”.

Sono parole che sono state ripetute più volte, ma che adesso hanno l’opportunità (e l’onere) di trasformarsi in fatti concreti. È senz’altro una sfida da affrontare a viso aperto e per la quale sarà richiesto un grandissimo impegno. Ai volontari veneti del Movimento per la Vita non si può fare altro che augurare loro buon lavoro!

Vedi anche: http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cronaca/2013/24-agosto-2013/antiabortisti-ospedale-polemica-coletto-le-donne-vanno-rispettate-2222738625348.shtml

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