Mons. Negri, l’aborto e il sensazionalismo dell’informazione

Mons. Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara-Comacchio

Mons. Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara-Comacchio

“Allora, sapere che è in gioco questo, vuol dire che noi non vogliamo soltanto star meglio noi, non facciamo un’azione privata, non diciamo, mentre abortiscono centodiecimila persone in Italia, – e mi pare che, se non sono male informato, da quando è entrata in vigore la legge dell’aborto, salutata da tutti, anche da certe frange cattoliche, come qualche cosa che doveva essere accettato perché faceva parte della libertà di coscienza del nostro popolo e quindi, una volta passata, questa legge diventava come la Trinità, anzi, molto di più della Trinità – mi par di ricordare che da quando questa legge è andata in vigore in Italia, oltre sei milioni di italiani non sono venuti al mondo. Se ci fossero al mondo sei milioni di italiani non ci sarebbe il problema di importare manodopera da nessuna parte del mondo, tantomeno dalla Siria o dalla Libia, se fosse un problema economico. Ha ragione il professor Gotti Tedeschi, una delle personalità più intelligenti che io conosca, che la crisi economica nasce dal fatto che l’Occidente non ha più fatto figli”.

Queste sono le parole, riportate testualmente, che Mons. Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara-Comacchio, ha pronunciato domenica 1° febbraio nella Sala Estense a Ferrara, in occasione della XXXVII Giornata per la Vita.

Molti giornali, senza minimamente badare al senso e al merito di un’iniziativa come la Giornata per la Vita, hanno trovato in queste parole la ghiotta occasione per sfornare titoli ad effetto. “La crisi è colpa dell’aborto”: bufera sul vescovo di Ferrara, titola Repubblica; Don Luigi Negri e la crisi economica: “E’ tutta colpa dell’aborto”, apre Libero. Un piccolo esempio, solo per citare due quotidiani di diversa estrazione politica e culturale.

Non è andata esattamente come riportato dai titoli, basta leggere la trascrizione del discorso del Vescovo per rendersene conto. Non serve fare un’analisi approfondita del testo per rendersi conto di due piccoli ma importanti particolari: che quelle parole sono in realtà una citazione di Ettore Gotti Tedeschi e non un pensiero elaborato da Mons. Negri, e che “non fare figli” non è sempre concettualmente sovrapponibile ad “abortire”.

Ma la verità sembra interessare poco a una buona fetta dell’industria dell’informazione. La notizia si è diffusa rapidamente, in Italia e all’estero, ed è arrivata pure oltreoceano, ripresa da un articolo di Rick Noack sul Washington Post, che però – questo va detto – si è limitato a parlare dei fatti senza esprimere giudizi sulla vicenda. A quel punto, però, i giochi erano fatti e l’effetto voluto era già stato ottenuto: il messaggio, ormai travisato e confezionato secondo i dettami del sensazionalismo mediatico, aveva già cominciato a diventare virale sui siti dei notiziari online e sui social network. Gli insulti della peggior specie non hanno tardato ad arrivare negli spazi riservati ai commenti dei lettori.

Che dire di tutto questo? Di sicuro non si può dire che il giornalismo di casa nostra abbia fatto una bella figura. Ci troviamo di fronte (e lo dico da giornalista) a un giornalismo incapace di riportare le notizie inserendole nel loro contesto di origine. Piuttosto che cogliere (per quanto umanamente e professionalmente possibile) la realtà nella sua interezza e complessità, si preferisce evidenziare il singolo aspetto. Trenta secondi di parole non valgono un discorso di venticinque minuti sulle sfide che interpellano l’Occidente nel XXI Secolo. Si può essere d’accordo o meno su quel che il Vescovo di Ferrara-Comacchio ha detto, ma non è un atteggiamento professionale ignorare deliberatamente il contesto in cui è si è svolto questo discorso. È una semplice regola che dovrebbe essere valida per ogni lavoratore dell’informazione, a prescindere dalle persone che si trova ad ascoltare.

Qui è chiamata in causa la responsabilità del giornalista, di tutti i giornalisti, anche del più umile collaboratore di una piccola testata locale. Non bisogna infatti dimenticare che tutto questo battage mediatico è partito da un articolo comparso su estense.com, un quotidiano online di Ferrara.

Pretendere un cambiamento repentino nello stile giornalistico non è né possibile né realistico. È però fondamentale che la voce di chi ha a cuore la verità si faccia sentire. Servono giornalisti pazienti e coraggiosi che, anche a costo di produrre servizi meno cool e attraenti, lascino una traccia di verità nella prateria del web; un sentiero riconoscibile da chi è stanco di restare in balia della menzogna e del sensazionalismo a buon mercato. Perché riconoscere l’esistenza di queste pecche nel mondo dell’informazione e darsi da fare per spargere piccoli semi di verità è il primo passo per cambiare davvero le cose.

Andrea Tosini

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