The Danish Girl: la dura realtà di una natura che si impone sempre

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*** ATTENZIONE SPOILER ***

Il mondo dei media, oggi solitamente molto attento a porre in evidenza certe questioni, sembra stia facendo passare tutto sommato sotto silenzio un film uscito in questi giorni nelle sale italiane: The Danish Girl. Il film, tratto dal romanzo La danese di David Ebershoff, narra la storia di Lili Elbe (1882-1931), nato Einar Wegener, prima persona al mondo a sottoporsi ad un intervento chirurgico di riassegnazione del sesso, in questo caso da maschio a femmina. Il film è arrivato in Italia il 18 febbraio scorso dopo aver partecipato in concorso alla 72° Mostra del Cinema a Venezia nel settembre 2015, manifestazione al termine della quale ha ricevuto il riconoscimento del Leone Queer. Per la trama del film e relative recensioni rimando all’articolo pubblicato su MyMovies.

Difficile, a caldo, dare un giudizio completo su questo lavoro di Tom Hooper. Assolutamente nulla da dire sulla bravura degli attori: Eddie Redmayne, con il suo aspetto ‘androgino’, interpreta benissimo la parte di Einar-Lili; mentre Alicia Vikander – a detta di non pochi critici, una vera rivelazione – ricopre con grande personalità il ruolo di Gerda, la moglie di Einar. Davvero degna di nota la fotografia, sia negli interni che negli esterni, diretta da Danny Cohen.

È tuttavia la trama a lasciare aperto più di un interrogativo. Nella prima parte il ritmo è molto veloce e troppi aspetti del vissuto del protagonista vengono dati per scontati o addirittura ignorati. È infatti molto difficile capire quali siano state le tappe che abbiano portato Einar a sentirsi Lili, dal momento che risulta poco probabile che sia stato un solo travestimento ad avviare questo lungo e doloroso processo interiore. D’accordo, un film non può certo soffermarsi sulla complessità degli aspetti in gioco, ma almeno un tentativo di ricerca introspettiva, data la complessità del tema, sarebbe stato decisamente opportuno. La seconda parte del film sembra gradualmente sbarazzarsi della centralità dei corpi per puntare in maniera quasi esclusiva sugli sguardi e sull’espressività. Da questo momento in avanti, la volontà, il desiderio e il sentimento sembrano assurgere a padroni incontrastati di tutta la vicenda. La stretta correlazione tra anima e corpo sembra invece non avere più così tanta importanza.

Poi però arriva la frase shock, quella confessione che sembra riportare tutto alla realtà delle cose. «Vorrei uccidere Einer, ma penso che così ucciderei anche Lili». Insomma, purtroppo o per fortuna noi siamo persone indivisibili, in anima e corpo: una realtà della quale dobbiamo prendere atto. Attorno al profondo disagio del protagonista, il mondo della scienza e della medicina si dimostra poi avido e rapace. Nessun rispetto per la delicatezza di una vicenda umana tanto difficile; poter passare alla storia come il primo medico ad eseguire un’operazione mai tentata prima al mondo è una medaglia troppo importante per lasciarsela scappare, e allora tanti saluti al rispetto dell’etica medica e della dignità umana.

Così, dopo l’operazione conclusiva, quella che avrebbe dovuto compiere la definitiva trasformazione, arriva il sogno. Einar-Lili sogna di essere una bambina tra le braccia della madre. E poi, in silenzio, come se volesse rivivere quel sogno che la natura non gli ha dato la possibilità di vivere, chiude gli occhi a questo mondo. Un finale silenzioso ma altamente comunicativo. Non so quale messaggio abbiano voluto lanciare i produttori di questo film; in ogni caso, un dato emerge con forza: la natura si impone sempre con la sua dura realtà, oltre i nostri desideri, la nostra volontà e le nostre percezioni interiori.

I casi difficili ci sono, questo è innegabile. Ma la questione centrale è: quale risposta dare a chi sta vivendo una sofferenza simile a quella del protagonista del film? Oggi come allora, per molti, sembrerebbe facile fare appello alla tecnica, che tutto sembra risolvere con agevoli artifici. Ma una tecnica incapace di guardare in profondità nel cuore dell’uomo è solo uno strumento che fa male, che ferisce e che non di rado uccide. Interessarsi al destino di una persona, accompagnarla umilmente nel suo dolore è forse l’unica valida risposta che possiamo dare. La tecnica è giusto che offra le sue risposte, ma occorre sempre ricordare che ogni essere umano non è una somma di parti che si possono cambiare con un intervento: è un universo, che va accolto ed abbracciato.

Andrea Tosini

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