«L’ultima parola è sempre ‘misericordia’»

CardPiacenza-Ferrara

Mons. Luigi Negri e il card. Mauro Piacenza

La conferenza del card. Mauro Piacenza sul sacramento della Riconciliazione – Cattedrale di Ferrara, 17 febbraio 2016

Il programma di incontri per l’Anno Santo della Misericordia non poteva non prevedere un appuntamento dedicato al tema del sacramento della Riconciliazione, argomento tanto importante nella vita del credente quanto frequentemente oggetto di equivoci e di incomprensioni. L’occasione per trattare la delicata questione è stata offerta dalla conferenza dal titolo Ritornerò da mio Padre – Misericordia e Peccato. Alla riscoperta del Sacramento della Riconciliazione che il cardinale Mauro Piacenza, penitenziere maggiore di Santa Romana Chiesa, ha tenuto nella serata del 17 febbraio in Cattedrale a Ferrara.

La trattazione del cardinale, profonda ed esaustiva ma al tempo stesso facilmente comprensibile, è partita da lontano, in particolare sul senso attuale di un evento come il Giubileo: «Nell’epoca della tecnoscienza – ha detto il card. Piacenza ponendo la questione – ha ancora senso parlare di Giubileo? E questo Giubileo come si inserisce nella vita ordinaria delle persone?». Il criterio per rispondere a queste domande, partendo dal significato che il giubileo anticamente ricopriva per il popolo ebraico, è soltanto quello della fede: «Ieri, come oggi, l’unico orizzonte possibile di interpretazione del giubileo è quello della fede: senza fede in Dio, senza un orizzonte soprannaturale nel quale si compie una giustizia diversa da quella imperfetta degli uomini, il giubileo rimane assolutamente incomprensibile».

È dunque la fede, sia quella personale che quella proclamata dalla Chiesa nel Credo, ad essere chiamata in causa: «L’indizione, nel 2016, di un Giubileo straordinario interpella innanzitutto la fede di ciascuno di noi – ha dichiarato il porporato -. Siamo davvero convinti dell’esistenza di Dio? Del fatto che Egli si sia fatto uomo in Gesù Cristo, morto e risorto, e che la Sua presenza perduri la storia attraverso il mistico corpo della Chiesa? Abbiamo conservato la certezza ragionevole della irriducibilità dell’uomo a materia? Siamo dunque davvero convinti dell’immortalità dell’anima? Crediamo davvero nella risurrezione della carne e nella vita eterna dopo la morte corporale? Per rispondere a tutte queste nostre domande, volutamente incalzanti, è sufficiente chiederci con quanta consapevolezza e partecipazione interiore ogni domenica noi preghiamo il Credo nella Santa Messa; poiché tutte le domande che ho proposto trovano risposta compiuta nella ragione umana e nella fede soprannaturale rivelata da Dio agli uomini».

Fede che però, come è stato precisato, è composta da due elementi: uno oggettivo (la fede che crediamo) e uno più personale (la fede con cui crediamo). Per rispondere a un «esasperato soggettivismo» che fa prevalere, anche in alcuni ambienti teologici, «la sottolineatura dell’elemento personale, riducendo in modo falso e illusorio la possibilità della salvezza ad una generica apertura del cuore indipendente sia dalle azioni compiute sia dalla rivelazione oggettiva di Dio in Gesù», è necessario «riscoprire il cattolico equilibrio tra le due dimensioni della fede».

Arrivando al cuore dell’argomento, il card. Piacenza ha quindi individuato nell’Incarnazione il momento in cui il perdono è diventato realtà concreta e certa per l’umanità: «Con Gesù Cristo – ha ricordato -, il potere di perdonare i peccati che appartiene solo a Dio è disceso sulla terra. È soltanto con l’incarnazione, con l’annuncio solenne e tremendo che Dio si è fatto uomo, che il perdono è divenuto esperienza certa per gli uomini». Un aspetto, quello della remissione dei peccati, assolutamente centrale nella vita della Chiesa e definito dal cardinale come «uno degli orizzonti fondamentali della vita e della stessa esistenza della Chiesa, insieme alla celebrazione del sacrificio eucaristico». In questo senso, e in particolare durante questo anno giubilare, è infatti opportuno ricordare che «l’annuncio della misericordia è la proclamazione definitiva che il male non è l’ultima parola sull’uomo. Al contrario, l’ultima parola su tutte le brutture dell’uomo e della storia è, appunto, ‘misericordia’».

Non si può tuttavia tentare di comprendere bene la misericordia se non si ha ben chiara la realtà del peccato. Così il cardinale Piacenza, riprendendo un tema proposto da mons. Negri all’apertura del Giubileo e all’inizio della Quaresima, si è concentrato proprio sul grave problema della perdita del senso del peccato che affligge la società di oggi: «La perdita del senso del peccato – ha detto – è una conseguenza e non un presupposto della perdita della fede, della perdita del senso del sacro, del senso del soprannaturale. Tale situazione non è casuale, ma è stata determinata da precise strategie ideologiche che hanno inteso dissolvere nel popolo il senso di Dio e del soprannaturale attraverso la distruzione di ogni moralità soprattutto in ambito affettivo». Fondamentale, per poter rimediare a questa situazione, «presentare a Dio, attraverso il ministero della Chiesa, quelli che possono essere gli atteggiamenti fondamentalmente distorti della propria vita e gli atti liberamente e responsabilmente compiuti contro la legge dell’amore di Dio, del prossimo e del giusto amore di se stessi».

È dunque necessaria, durante il sacramento della Riconciliazione, «l’accusa integra» dei propri peccati, che «dev’essere accompagnata dal proposito di non peccare più». Va sottolineato che si tratta proprio di «un proposito e non di una promessa», poiché «l’uomo, nella sua fragilità, non può promettere a Dio di non peccare più». L’assoluzione diventa così «un vero e proprio atto di amore gratuito, nel quale Dio stesso, attraverso il ministero sacerdotale, slega, scioglie gli uomini dalle catene del male e del peccato». È tuttavia opportuno ricordare che «la riconciliazione sacramentale cancella la colpa, ma non la pena, che è data per le conseguenze del peccato; per essere liberati dalle pene dovute per i peccati, cioè dalla responsabilità delle conseguenze del male compiuto, è necessaria l’indulgenza».

I modi per ottenere quotidianamente l’indulgenza plenaria sono «molto semplici», come «sostare per almeno trenta minuti in adorazione eucaristica, recitare devotamente e comunitariamente il Santo Rosario, o visitare il Santissimo Sacramento». Ovviamente, per evitare che l’indulgenza rimanga «una facile conquista di tipo meccanicistico», ad essa deve sempre legarsi «un’opera, un atto da compiere che esprima visibilmente, storicamente, la volontà di reale confessione e conversione del penitente». Tale strada viene individuata dalla bolla d’indizione del Giubileo, la Misericordiae Vultus, «nel compimento delle opere di misericordia corporale e spirituale, come via per ottenere l’indulgenza».

Un percorso comunque impegnativo per un credente, che necessita costantemente di un saldo sostegno. Questo viene riconosciuto «nella Beata Vergine Maria, Madre di misericordia, rifugio di noi peccatori e nostra potente avvocata presso il Figlio suo. È lei – ha concluso il card. Piacenza – il terzo elemento di verifica della nostra fede veramente cattolica, accanto al sacramento della Riconciliazione e alla calda fede eucaristica. Una semplice e schietta devozione mariana è la misura del compimento di ogni misericordia».

Al termine della conferenza, mons. Luigi Negri, ringraziando il cardinale «per avere indicato come esito di un cammino cristiano il riaprirsi dell’ansia missionaria, in assenza della quale la Chiesa non avrebbe più ragion d’essere», ha anche invitato parrocchie, movimenti, gruppi e associazioni a lavorare facendo tesoro di questo insegnamento, affinché «il gesto della riconciliazione possa essere praticato in un modo più significativo».

Andrea Tosini

Articolo pubblicato su La Voce di Ferrara-Comacchio del 26 febbraio 2016

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