La Resurrezione più bella

iprimipassi

Vincent Van Gogh, I primi passi, 1890, New York, The Metropolitan Museum

Siamo da poco entrati in un tempo nuovo: il tempo di Pasqua. È l’immagine del tempo della pienezza, della realizzazione definitiva che l’uomo da sempre attende, il tempo in cui cielo e terra sono finalmente ricongiunti in un unico abbraccio. È anche il tempo il cui si ricorda che il male, il dolore e la morte sono stati sconfitti una volta per tutte. È una realtà di fatto, dopo la Resurrezione di Nostro Signore; ma è una realtà di cui noi potremo fare esperienza piena, diretta e definitiva soltanto in una prospettiva ultima, dopo aver portato la croce che ci è stata data in questa nostra vita terrena. Perché noi, qui ed ora, pur con la consapevolezza che tutto è stato trasformato, restiamo immersi nella dimensione del tempo e della corruttibilità, e continuiamo a fare esperienza del male, del dolore, della morte.

I fatti dell’ultima settimana sono qui a testimoniarcelo: i sanguinosi attentati di Bruxelles, l’incidente del pullman in Spagna e, proprio ieri, la terribile strage di un attentatore suicida in un parco di Lahore, in Pakistan. A tutto questo aggiungo una vicenda che mi ha riguardato personalmente: una ragazza di appena vent’anni, una studentessa nella mia città, che avevo incontrato qualche tempo fa per una breve intervista, è venuta improvvisamente a mancare in quella che per lei doveva essere una domenica di spensieratezza e di festa.

Sono fatti pesanti, che ci coinvolgono nel profondo e che ci impongono di riflettere sulle domande ultime. Quale risposta possiamo dare a tutto questo? La prima e più grande tentazione è quella di lasciarsi calare nel vuoto della disperazione, in quell’abisso oscuro che fagocita ogni speranza. Ma in nostro aiuto ci viene incontro la fede. Certo, qualcuno potrà obiettare che non tutti hanno la fede. Questo potrà anche essere vero, ma ognuno di noi, a prescindere dal proprio cammino di vita, non può non riconoscere un tratto essenziale e costitutivo del proprio essere. Qual è questo tratto? È un grido. Un grido che si leva dal profondo del nostro cuore, un grido dolorosamente straziante e tenacemente determinato al tempo stesso, un grido che non invoca tanto una risposta, quanto una presenza.

È proprio questo grido che ci dà la misura e la conferma del nostro essere fatti per cose infinitamente più grandi, del nostro essere in cammino per realizzare un progetto che ci è stato affidato, magari senza sapere bene da chi (se non abbiamo la fede), ma che sentiamo autenticamente nostro. Davvero non siamo fatti per sprofondare in un abisso buio, ma per risorgere e andare avanti nonostante le mille cadute. Il nostro non è un disperato e solitario cammino verso il nulla, ma un viaggio animato dalla certezza della meta. È qualcosa che è stato inscritto nel nostro cuore e a cui noi non possiamo in alcun modo sottrarci se non mutilando la nostra umanità.

Forse un’immagine può rendere bene l’idea di questa esperienza fondamentale. Il richiamo è al celebre dipinto “I primi passi”, di Vincent Van Gogh. La bambina muove i suoi primi passi, sostenuta dalla madre. Il padre, tornato dal lavoro nei campi, si china di fronte a lei a qualche metro di distanza. La bambina sa che dovrà fare un tratto di strada da sola e molto probabilmente sa anche che cadrà, ma è certa della meta. Le braccia del padre sono lì ad accoglierla per abbracciarla e innalzarla ad ammirare gli orizzonti che lei, da sola, non può ancora scrutare. È un’immagine significativa, al contempo tenera e reale, della Resurrezione più bella: quella Vera, quella Eterna, alla quale noi tutti aneliamo e di cui possiamo avere certezza.

Andrea Tosini

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