«Il Cristianesimo rifiuta il mito e preferisce la storia»

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Dom Bernardo Gianni a Ferrara il 23 aprile 2016 per le celebrazioni di S. Giorgio martire

L’omelia dell’abate Dom Bernardo Gianni per la celebrazione della festa di San Giorgio nella Basilica dedicata al martire

La prima delle due solenni celebrazioni eucaristiche per la festa del Santo Patrono di Ferrara si è tenuta nella mattinata del 23 aprile presso la Basilica di San Giorgio fuori le mura. La celebrazione è stata officiata dall’abate Dom Bernardo Gianni, da pochi mesi chiamato a guidare la comunità monastica olivetana di San Miniato al Monte a Firenze e invitato a Ferrara dall’arcivescovo Mons. Luigi Negri per questa importante ricorrenza.

L’omelia di Dom Gianni ha preso spunto da un colore, il rosso dei paramenti liturgici che riporta alla memoria il sangue versato dai martiri come San Giorgio. «Questo colore – ha detto – ricorda il sangue versato da San Giorgio e mescolato al sangue del Signore Gesù», un segno visibile del fatto che «la vita cristiana non può mai essere ridotta ad un’esperienza di tranquillità e di sopore dello spirito alla ricerca di un generico benessere che implica una altrettanto generica sopravvivenza».

L’invito è quello «a non lasciarsi sedurre dalla scorciatoia di un’intima e privata relazione con un altrettanto intimo e generico mistero». Le storie dei martiri rappresentano quindi una lezione sempre valida per ogni cristiano di ogni tempo e luogo: «La storia – ha proseguito – è infatti il discrimine decisivo che separa per sempre il martire dai grandi eroi pagani», perché «il Cristianesimo rifiuta il mito e preferisce senz’altro, in obbedienza alla concretezza dell’incarnazione del Signore Gesù, la storia». Il riferimento all’incarnazione, diversamente dalla concezione pagana che esalta le qualità personali degli eroi, pone al centro della storia l’azione e l’amore di Dio. Agli uomini diventa così possibile «affrontare il limite della storia per portarvi, mossi dalla luce dello Spirito Santo, una possibilità di interpretare la storia e la natura» facendosi «prosecutori e interpreti dell’amore generoso di Dio».

Non si tratta certamente di una strada facile, perché tutto ciò «significa andare al cuore del martirio per viverlo fino in fondo, significa vivere un’esperienza apparentemente sconfiggente della nostra libertà, significa vivere la morte del Signore Gesù; scegliere il Vangelo e la via della Croce vuol dire infatti riconoscersi bisognosi di un aiuto che viene dall’alto». È questa l’apparente contraddizione del martirio. In realtà, come ha proseguito Dom Gianni, «si scopre a un certo punto che nessuna forza mondana potrà mai esaurire, o peggio ancora assorbire, la sete radicale di libertà esistenziale che solo la libertà del Vangelo offre all’uomo». Una realtà che «riporta la nostra intima coscienza di fronte alla Signoria di Dio e alla libertà di potergli (dovergli) obbedire in un’esperienza che ci riporta alla dignità del nostro cuore». La vita e la testimonianza dei martiri consiste proprio in questo, in quanto essi «assicurano alla libertà della Chiesa e alla libertà del nostro cuore che mai ci si accontenti di quello che ci viene offerto come prospettiva immediata e banale, e dunque falsificante, delle nostre più vere attese e dei nostri più veri desideri».

Andrea Tosini

Articolo pubblicato su La Voce di Ferrara-Comacchio del 6 maggio 2016 (pag. 5)

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