La battaglia per la famiglia: quale strada prendere?

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Un momento del Family Day del 30 gennaio 2016 al Circo Massimo a Roma (foto Ansa)

Tra chi si è speso per vedere riconosciute le unioni civili in Italia c’è chi canta vittoria e chi invece vede il bicchiere mezzo vuoto. Resta il fatto che la legge, da ieri, esiste. Adesso anche le coppie dello stesso sesso potranno vedere riconosciuta la loro unione in maniera del tutto simile al matrimonio (rimangono per il momento escluse le adozioni e qualche altro aspetto, come eredità e reversibilità, ma sarà solo questione di tempo e arriverà la parificazione completa). Una legge approvata ieri alla Camera dei Deputati attraverso il grimaldello della fiducia, un atto di prepotenza che mette a tacere ogni democratico dibattito su un tema di così vitale importanza per la società intera.

GLI INTERROGATIVI E LO SMARRIMENTO DEI PRO-FAMILY. La battaglia in difesa della famiglia naturale è stata lunga e difficile, in primis per il clima culturale di sicuro non favorevole alla causa. È tutto sommato normale che ora, tra i militanti, vi sia una comprensibile sensazione di smarrimento. In tanti ci diranno che la questione seguirà lo stesso cammino sociologico e culturale del divorzio e dell’aborto: fatti compiuti che in un modo o nell’altro dovremo accettare, perché questa sarebbe la normale evoluzione della società. In ogni caso la buona battaglia è stata portata avanti, quindi al limite possiamo dire di aver perso, ma non possiamo certo ritenerci sconfitti. Rimane però il fatto che da qui in avanti sarà necessario rivedere in profondità le strategie messe in atto fino a questo momento. Un’attività di resistenza si può comunque fare, perché nulla è perduto, ma da oggi sarà ancora più importante riflettere con calma e con cura prima di compiere ogni passo.

QUALE STRADA PRENDERE? Alcuni amici che tanto hanno dato a questa battaglia hanno scelto, esattamente due mesi fa, di imboccare la via della politica partitica. Il riferimento è ovviamente al Popolo della Famiglia, nuova creatura politica che ha ai suoi vertici Mario Adinolfi e Gianfranco Amato. Pur non escludendo in linea di principio la possibilità di un impegno politico diretto, sono stato critico fin dall’inizio su questa scelta. Perché? In estrema sintesi (ma molto altro si potrebbe dire) perché la politica ha una propria grammatica e un proprio sistema di funzionamento. Portare istanze di carattere antropologico nell’arena istituzionale e ridurle sostanzialmente a discussioni politiche è un’operazione a mio avviso altamente rischiosa. Lo è in particolare se nella società non è stato portato a compimento un lavoro di sensibilizzazione e di creazione di una coscienza popolare su questioni decisive. Tre anni fa prese il via un grande lavoro culturale di questo tipo, un lavoro che ha certamente dato i suoi frutti, ma è un lavoro che va ora ultimato; e il lavoro che resta da fare va svolto in piena libertà, non secondo i tempi e le modalità dell’agenda politica. Sia chiaro, la presenza in politica in determinati casi è assolutamente necessaria, ma occorre fare i passi giusti evitando accuratamente strappi e fughe in avanti.

VERSO UN “MOVIMENTO PER LA FAMIGLIA”? La portata della questione antropologica oggi in gioco è talmente ampia che non può essere trattata in un solo campo, sia esso quello politico, culturale, educativo, ecc. È una battaglia antropologica che dovrà essere portata avanti nell’arco di anni, quasi certamente decenni. Bisogna avere tanta pazienza, unitamente alla speranza che ci possano essere persone disposte a dedicare gran parte delle loro vite a questa battaglia. Occorre un vero e proprio “Movimento per la Famiglia” (che vada oltre a quello che è stato il c.d. Popolo del Family Day), che sappia nel tempo, nel corso degli anni, testimoniare una realtà, una verità, una bellezza dell’essere famiglia. Passato questo periodo di smarrimento e passate le urgenze elettorali, voglio essere certo che possa cominciare a muoversi qualcosa di buono. Si realizzerà sicuramente, se sapremo essere aderenti al vero.

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