Consenso o verità: quale strada scegliere?

LuisVelasquez-Crossroads

Luis Velasquez, “Crossroads”

Lo scorso 20 maggio, l’ex presidente della Camera dei Deputati, Luciano Violante, era in una nota libreria di Ferrara per presentare il suo ultimo libro, ‘Politica e menzogna’. Non è mia intenzione, in questa riflessione, entrare nel merito dei contenuti di quell’evento. Dall’articolo che fa il resoconto della presentazione ho però deciso di cogliere l’estratto di un passaggio a mio avviso significativo:

Oggi però assistiamo ad un superamento della domanda di verità, oggi si cerca piuttosto il consenso, e qualora invece si attivi il pensiero critico, questo viene travolto da una slavina informativa” (Luciano Violante).

Non mi soffermerò sui discorsi relativi al pensiero critico, che meriterebbero una trattazione ben più approfondita; desidero più che altro focalizzarmi sulla contrapposizione tra ricerca del consenso e ricerca della verità. La ricerca del consenso, oggi, pone più di un problema. In molti settori, a cominciare dalla politica (ma non è certo l’unico), si assiste spesso a una ricerca spasmodica del consenso. Sia chiaro, non che la ricerca del consenso sia un male in sé, ci mancherebbe: ma il problema si pone quando il consenso è cercato a tutti i costi, con ogni mezzo, soprattutto quando questa ricerca si trasforma in una volontà acritica di inseguire gli stati d’animo, le mode e le tendenze del momento. Il risultato? La rinuncia ad esprimere quello che veramente sentiamo dentro, a comunicare ciò che è frutto del nostro vissuto e della nostra riflessione; una rinuncia, in definitiva, a dare il nostro giudizio sulla realtà. Il mainstream, il flusso principale, per molti soggetti è allettante, perché fa credere di essere meglio realizzati grazie alla visibilità e, appunto, al consenso: aspetti che magari portano a loro volta prestigio e potere, pur con tutte le variabili del caso. La sensazione iniziale è di libertà, ma è una libertà puramente illusoria, perché ci imprigiona all’interno di dinamiche sulle quali non possiamo esercitare alcun controllo.

IL PREZZO DA PAGARE? LA PERDITA DI AUTENTICITÀ E ORIGINALITÀ. Partiamo da un esempio concreto. Molti critici e studiosi sono d’accordo su un fatto: un tempo, la gran parte di registi e scrittori producevano film e libri partendo da quella che era la loro esperienza, la loro storia, da quello che sentivano corrispondere davvero alla loro persona; non si preoccupavano più di tanto di avere riconoscimenti e a volte nemmeno si preoccupavano più di tanto che il film o il libro piacesse al pubblico. La spiegazione appena data è ovviamente portata alle estreme conseguenze, ma un fondo di verità rimane: si tratta di persone che, in misura molto maggiore rispetto ad oggi, sapevano esercitare la libertà. Il prezzo da pagare, attraverso questa rinuncia alla libertà, è una perdita di autenticità. A forza di inseguire modelli che non sentiamo appartenere alla nostra storia, a forza di adeguarci a punti di riferimento presi in prestito dall’esterno, ci troviamo costantemente costretti a far vedere agli altri che possiamo dire e fare quello che in realtà non siamo; in pratica, ci sforziamo di recitare in un ruolo che non è il nostro. Oltre all’autenticità, si perde poi l’originalità. Possiamo avere una prova di tutto ciò dai discorsi politici e dalle produzioni culturali ed artistiche (ma, ripeto, il problema non rimane confinato a questi campi): lavori sempre più uguali e sostanzialmente indistinguibili tra loro, totalmente incapaci di cogliere il senso profondo delle cose che trattano. Una triste corsa all’appiattimento e al ribasso che si traduce, inevitabilmente, in uno scadimento della qualità.

IL PROBLEMA PIÙ GRANDE: NON CERCARE LA VERITÀ. La ricerca frenetica del consenso facile ed immediato porta con sé un problema molto grosso, anzi, oserei dire ‘il’ problema: la rinuncia alla ricerca della verità. Certo, ormai la lezione dovremmo averla imparata: la verità è scomoda, non attrae consensi e non porta applausi; il più delle volte ci allontana pure dalla gente. L’applauso del mondo fa piacere un po’ a tutti: guadagniamo gli elogi del mondo, spesso finti ed opportunistici, ma rischiamo di perdere noi stessi. Perdiamo noi stessi perché il frutto del nostro lavoro, se scegliamo questa strada, finisce per confondersi all’interno di una massa indistinta. E qui, riflettendo, giungiamo a una specie di paradosso: il consenso è molto più monolitico della verità. Perché se è vero che la verità è una, è anche vero che la strada che porta ad essa viene percorsa da ognuno di noi a partire da punti diversi; il percorso che compiamo per arrivare alla strada della verità è quindi sempre diverso. È una strada lunga, stretta e tortuosa. La ricerca della verità ha, in definitiva, una storia unica e particolare per ciascuno di noi. La via del consenso è invece molto più facile di quella della verità: è una via diritta, larga e breve, che però annulla le diversità, le peculiarità, i vissuti; è una via che amalgama tutto in un’idea di sostanziale indistinzione, una via che annulla la complessità e la ricchezza della nostra umanità. Ecco, qui si giunge al punto decisivo. La riflessione che non potremo eludere quando ci troveremo davanti al bivio tra la strada del consenso e la strada della verità sarà dunque questa: la nostra umanità è un tesoro da difendere, da preservare e da incrementare? Vogliamo giocare la nostra umanità per un bene effimero e immediato o per qualcosa di più grande, anche se occorre attendere per vederne i frutti? Prepariamoci da subito a queste domande. Davvero ne va della nostra umanità.

Andrea Tosini

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