Silenzio elettorale, e ora riflettiamo un po’

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Urne elettorali tra i rifiuti (foto: leccesette.it)

Domani, domenica 5 giugno (dalle 7 alle 23), si vota in molte città importanti italiane e in numerosi altri comuni (oltre 1.300) per il rinnovo delle amministrazioni locali. La campagna elettorale per queste tornate, finalmente, è giunta al termine. Perché dico ‘finalmente’? Perché, se vogliamo essere onesti, questa non è stata certo una bella campagna elettorale. Il tutto è stato notevolmente amplificato dall’utilizzo, che mi verrebbe da definire ‘immaturo’ e ‘distorto’, dei social network. Una campagna elettorale che sarà ricordata come la prima con le dirette su Facebook, nuovo strumento messo a disposizione dalla creatura di Mark Zuckerberg. Non che lo strumento in questione sia un male in sé, ci mancherebbe, ma l’uso che ne è stato fatto, tra bombardamenti ossessivi a ogni ora del giorno e trasmissioni in puro stile televendita, denota sicuramente una scarsissima conoscenza del mondo della comunicazione da parte di molti politici.

Ma al di là della scarsa dimestichezza con i social, il vero problema è la qualità, spesso infima, dei metodi, dei contenuti e delle proposte. Abbiamo visto candidati che non hanno, più o meno coscientemente, il benché minimo senso del realismo; candidati alla guida di liste da uno-due-tre per cento che dichiarano di poter tranquillamente essere eletti come primi cittadini o comunque di poter arrivare a ballottaggio; e poi tanti personalismi portati all’eccesso, senza un vero coinvolgimento della gente o con un coinvolgimento soltanto strumentale.

Una campagna elettorale che, sì, magari tratta tanti temi, ma senza mai andare veramente al cuore delle cose, almeno in uno dei tanti temi affrontati. Gli slogan – oppure, come si usa adesso, gli hashtag – la fanno da padrone. E a volte si avverte la sana nostalgia delle care, vecchie tribune politiche dei tempi che furono.

Così troviamo i grandi partiti, che devono rispettare i meccanismi dei giochi politici di potere a livello nazionale dimenticandosi delle reali esigenze del popolo (sì, mi piace usare ancora questo termine: ‘popolo’). Poi ci sono le piccole e medie liste civiche locali: alcune sono di buona qualità e magari qualche risultato di rilievo potranno anche ottenerlo. Per il resto, tante altre liste e listine con candidati di buona volontà, chiamati ad andare allo sbaraglio e ad essere presto dimenticati dai media e dal popolo dopo aver avuto il loro quarto d’ora di celebrità.

Erano proprio bei tempi quelli in cui, prima di scendere in politica, si faceva una verifica della qualità dei candidati e più in generale dell’intero progetto. Una verifica attenta e seria, fatta di confronti duri e costanti, non certo con la ‘certificazione’ di un bollino per un candidato ‘pro-qualcosa’ o ‘anti-qualcos’altro’. Visti i presupposti, è chiaro che si registri una disaffezione pressoché totale dell’elettorato; lo si nota ormai da un po’ di tempo, con un astensionismo che ha raggiunto livelli molto alti, assolutamente inusuali per un Paese come l’Italia.

E non credo neppure che si tratti di un problema di offerta politica; il numero di partiti e liste rimane molto alto, ma senza qualità e senza un reale progetto fondato su basi culturali veramente solide e radicate. Manca, in definitiva, una visione davvero complessiva del mondo. L’astensionismo appare allora come il segno di una politica sempre più scollata dalla realtà, di una politica che non sa più – e forse nemmeno si preoccupa – di affrontare le questioni decisive. Credo che questa crescente disaffezione nei confronti della politica sia la spia di un cambiamento molto grosso che sta per avvenire. Vero, ci troviamo ancora nelle fasi iniziali di questo cambiamento, ma è probabile che qualcosa si sia già mosso.

Una vera riforma della politica, a questo punto, si potrà operare soltanto a partire dall’esterno. Il cambiamento di cui parlo consiste nella ricerca di nuove modalità di partecipazione alla vita pubblica; intendo tuttavia un cambiamento molto più profondo di una qualche ventata pseudo-rivoluzionaria (pensiamo soltanto a una parola come e-democracy, la cui applicazione ha prodotto i risultati che ben conosciamo). Serviranno alcuni ‘pensatori coraggiosi’ (definizione che riprendo spesso nelle mie riflessioni) che sappiano ideare dei nuovi percorsi e scoprire nuove vie, senza dimenticare ciò che di buono è stato fatto in passato.

La chiave fondamentale? La pazienza. Questi ‘pensatori coraggiosi’ non dovranno cedere alle tentazioni e alle lusinghe della poltrona. Come ho detto, il vero cambiamento della politica avverrà al di fuori della politica. Ecco perché occorre un lavoro che cominci con una seria e approfondita riflessione e che prosegua con la fatica quotidiana, in tutti i campo. È difficile, ma è un metodo che consente di elevarsi. E se ti elevi, puoi vedere gli orizzonti che gli altri non vedono.

Andrea Tosini

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