Brexit, e ora ripartiamo dai veri valori dell’Europa

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Le urne elettorali di oltremanica sono chiuse e lo spoglio è completato. Il risultato ora è certo: al referendum sulla Brexit vince il Leave: i britannici si sono quindi espressi a favore dell’abbandono dell’Unione europea. Un risultato ottenuto di misura – 51,9% contro il 48,1% del Remain -, ma pur sempre un risultato chiaro.

Certo, bisogna anche tenere conto di alcuni aspetti, a cominciare dal fatto che è stato un referendum consultivo e quindi non direttamente vincolante, con la decisione ultima che spetterà al Parlamento britannico, anche se le indicazioni emerse sono in ogni caso chiare e difficilmente assisteremo a particolari stravolgimenti. Poi c’è sempre da rimarcare che l’appartenenza del Regno Unito alla casa comune europea ha sempre avuto dei tratti particolari fin dall’inizio e che un amore vero tra Londra e Bruxelles non è mai sbocciato. Basti pensare che nel 1975, appena due anni dopo l’ingresso del Regno Unito nel Comunità europea, si tenne un referendum del tutto analogo a quello dello scorso 23 giugno. All’epoca prevalse l’opzione Remain, con ben il 67%, ma chiaramente erano altri tempi, in un contesto storico, economico e geopolitico totalmente differente da quello attuale.

La vittoria del ‘Leave’ ha naturalmente scatenato il balletto delle analisi di ogni tipo. Le opinioni degli esperti si sprecano e si intrecciano tra di loro, creando una trama difficilmente interpretabile. Considerata l’intricata situazione, è alquanto problematico immaginare in maniera dettagliata le conseguenze di una scelta come la Brexit.

Di sicuro, occorrerà avviare da oggi una profonda riflessione in tutta Europa, perché questo voto, al di là delle diverse possibili letture, offre un’indicazione chiarissima: tante, troppe cose non vanno nell’attuale costruzione europea. C’è un’Unione europea percepita come distante o addirittura ostile, nemica; un sentimento di lontananza dalle istituzioni e dalle politiche di Bruxelles che va preso certamente in considerazione, senza scadere negli affrettati giudizi del tipo: “Ma tanto sono solo populisti, è gente ignorante, ecc.”. Il disagio c’è ed è palpabile e nascondere per anni la polvere sotto il tappeto porta inevitabilmente a questi risultati.

Non è affatto detto che questo risultato, certamente shockante nella sua portata mediatica e politica, si riveli alla lunga negativo. Si tratta certamente di un bello scossone, ma è anche un’ulteriore conferma di quanto sia necessaria un’Europa autenticamente popolare e meno tecnocratica. È segno che è forse giunto il momento, passati ormai sessant’anni dai Trattati di Roma, di dare veramente vita ad un demos europeo. Un compito come questo non richiede tempi brevi, perché è un processo che deve partire in buona parte dal basso, dal convergere di un vero sentimento popolare europeo. È una sfida ardua, ma è proprio questo il momento giusto per cominciare ad affrontarla. I popoli europei devono cominciare a lavorare in questa direzione. Devono senz’altro riscoprire le loro radici, non tanto come chiusura identitaria, come spesso è stato fatto negli ultimi anni, ma come un’opportunità per creare davvero un’Europa con l’anima, un’Europa viva, forte e propositiva che sappia ricoprire coraggiosamente il ruolo che le spetta di fronte al mondo. “In varietate concordia”, cioè “Unita nella diversità”; questo è (o dovrebbe essere) il motto dell’Unione europea. Lo sarà veramente nella sostanza soltanto quando ‘unita’ non vorrà dire ‘uniforme’ o, peggio, ‘appiattita’.

Direi che ci aveva visto giusto papa Francesco quando, nel novembre 2014, nel suo discorso al Parlamento europeo, disse chiaramente: «È giunto il momento di abbandonare l’idea di un’Europa impaurita e piegata su sé stessa per suscitare e promuovere l’Europa protagonista, portatrice di scienza, di arte, di musica, di valori umani e anche di fede. L’Europa che contempla il cielo e persegue degli ideali; l’Europa che guarda e difende e tutela l’uomo; l’Europa che cammina sulla terra sicura e salda, prezioso punto di riferimento per tutta l’umanità!».

Ma quanto è lontana l’Europa di oggi da queste parole? Anni luce, verrebbe da dire. Quindi, cosa facciamo? Ripartiamo dagli ideali, quelli veri, che hanno reso grande il Vecchio Continente. L’Europa degli ultimi decenni si è accontentata di gestire l’esistente, iper-regolamentando in maniera spesso maniacale praticamente ogni cosa. Un’Europa fredda, arcigna, tendenzialmente asettica nel suo modo di porsi ma spesso invadente nelle più disparate situazioni. Un’Europa che oggi, in un periodo in cui tante domande fondamentali per i suoi popoli stanno tornando a galla, si trova impreparata a gestire un contesto dai tratti assolutamente nuovi. Puntiamo in alto, allora: l’Europa funziona solo se è consapevole di essere molto di più di una comunità di affari e burocrazia. Ben venga, dunque, lo scossone della Brexit per ricordarci quanto sia urgente cambiare rotta.

Andrea Tosini

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